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I nostri Valori

Mai, dal secondo dopoguerra sino a oggi, si era prodotta una crisi della democrazia e della rappresentanza così diffusa e profonda.
In tutto l’Occidente proliferano le destre e movimenti di protesta anti-establishment, aumenta la sfiducia negli strumenti della politica, si indeboliscono i corpi intermedi.

Due sono, di questa realtà, le letture possibili.

La prima vede nella destra xenofoba e nei movimenti di protesta sociale le cause della crisi di sistema che ha portato Trump a Washington, il Regno Unito fuori dall’Europa, Marine Le Pen a prendere dieci milioni di voti e, in Italia, alla crescita poderosa del Movimento 5 Stelle.
Se si assume questo punto di vista, l’unica scelta politica conseguente è quella dell’Union sacrée delle forze ‘responsabili’, coalizzate prima o dopo il voto, a prescindere dai rispettivi orientamenti programmatici. È la via della continuità, della difesa delle scelte di governo degli ultimi anni.
La seconda lettura, invece, muove dall’idea che quei sommovimenti siano il sintomo dell’aumento esponenziale della forbice delle diseguaglianze, esploso con la crisi ma che contraddistingue ormai gli ultimi 40 anni. È una tendenza che ha accompagnato la degenerazione del capitalismo finanziario su scala globale, a fronte del controllo sempre minore esercitato dall’unica dimensione fin qui compiutamente democratica, quella statuale.
Noi crediamo in questa seconda lettura, che esige il ribaltamento dell’impianto politico e culturale, se non antropologico, del nostro modello di sviluppo. Il punto di partenza è semplice, quasi banale: rimettere al centro dell’agire politico la persona (il suo sviluppo, i suoi bisogni, le sue aspirazioni) nella sua triplice dimensione, individuale, relazionale, collettiva. Oggi quel posto è usurpato dal Dio Mercato e dalle sue leggi, a cui abbiamo sacrificato, nel tempo, l’autonomia della politica e i suoi doveri.

Questo è il bivio di fronte a cui la crisi della democrazia ci pone. A seconda della via che si sceglie di percorrere, si compie una scelta di campo precisa. Noi l’abbiamo fatta, convinti che nella rigenerazione del nesso tra democrazia e uguaglianza stia la chiave per ridare speranza ai milioni di persone lasciate indietro dalla globalizzazione, accompagnandole nella direzione di un nuovo Umanesimo sociale, all’insegna della pace, dell’emancipazione, della piena e buona occupazione.

È un bivio dinanzi al quale non si trovano solo le forze politiche della sinistra, ma anche una generazione intera: la nostra. Il passaggio di fase che attraversiamo è drammatico. Al contempo, ci stimola all’azione e all’iniziativa. Il vecchio ordine, fondato sul drenaggio di risorse dal basso all’alto e sulla riduzione delle più diverse dimensioni del vivere umano – culturale, morale, politica e sociale – all’ordine economico costituito, sta crollando, sotto i colpi delle sue contraddizioni. Non è però ancora chiaro quando e su quali basi se ne costruirà uno nuovo. E neppure se esso sarà migliore di quello presente. Quel che è certo è che, affinché corrisponda alle nostre aspirazioni, dovrà essere il frutto di una battaglia politica dura, difficile. È altrettanto certo che, se in prima linea non ci sarà la generazione che più di altre subisce gli effetti di questa crisi insoluta, vincere quella battaglia sarà impossibile. Impegnarci in tal senso, dunque, è nostra responsabilità e non ci tireremo indietro. A muoverci non è soltanto la naturale tensione verso una società di liberi ed eguali, ma la consapevolezza della vastità degli spazi di libertà perduti che dobbiamo recuperare.

La generazione dei nostri genitori si è misurata con il lavoro e i suoi diritti, con la prospettiva di una crescita ordinata dell’esistenza, con la possibilità di studiare, avvicinare tendenzialmente le proprie aspirazioni. Ha avuto gli strumenti per affermare un punto di vista, un’idea, un progetto di cambiamento, anche attraverso i grandi partiti di massa, la miriade di organizzazioni sociali che costellava la società civile europea.
Noi, al contrario, viviamo la dimensione della precarietà e dell’assenza di certezze come la regola, come una condizione esistenziale e ontologica apparentemente priva di soluzione. Allo stesso tempo, gli spazi di partecipazione e di iniziativa politica sono franati e ora sono tutti da ricostruire.

Non siamo disposti a pagare il prezzo dei fallimenti di classi dirigenti mediocri, prive di idee e di passioni. Non senza reagire. Siamo però consapevoli che la mera rivendicazione di diritti negati, la protesta fine a se stessa, poco possono. Vogliamo essere attori e protagonisti della rigenerazione della sinistra italiana. Vogliamo contribuire a rifondare un pensiero, costruire un messaggio, riconoscere e unire interessi convergenti. Sentiamo il bisogno di mettere finalmente a fuoco un nuovo modo di guardare alle cose del mondo, che sfugga ai parametri miopi in cui siamo ingabbiati.
Per farlo, sappiamo di dover riconoscere i tanti errori commessi in questi anni. Imparare dagli errori compiuti significa poter finalmente ricostruire un contesto adeguato ai bisogni della nostra comunità. Troppo spesso si è trattato di errori frutto di scelte mancate. Oggi più che mai occorre invece avere posizioni chiare, libere da ambiguità, che ci raccontino non per quel che non vogliamo, ma per ciò che vogliamo realizzare.

In questo senso, siamo convinti di poter avere voce in capitolo nella definizione di un programma credibile e ambizioso per la ricostruzione politica e morale del Paese. C’è da rivalutare il protagonismo economico dello Stato, la centralità dei saperi e della ricerca. C’è da definire il nostro ruolo in Europa e da impostare una battaglia per la ricollocazione geopolitica del Paese e dell’Europa tutta. C’è un’opera imponente di riconversione industriale da sostenere, ricucendo allo stesso tempo un tessuto produttivo sempre più lacerato. Ci sono da governare gli esiti della quarta rivoluzione industriale e il suo impatto sul lavoro. C’è un paziente lavoro di riqualificazione della vita politica e del dibattito pubblico italiano in cui impegnarsi. E tante altre sfide, che vogliamo affrontare insieme.

C’è uno sforzo in campo, quello di evitare che il cammino intrapreso si risolva in un piccolo cartello elettorale. Va costruito un soggetto politico forte delle sue ragioni, ampio, popolare, radicato e inclusivo. Sta anche a noi far sì che questo sforzo venga premiato.

Ti aspettiamo. C’è una sinistra di governo da ricostruire e un Paese da cambiare.